Inaugurata “Segnacoli”, installazione di Alberto Timossi nel Kothon dell’Isola di Mozia

Alberto Timossi
Segnacoli
A cura di Lorenzo Nigro e Giuseppe Capparelli
In collaborazione con la Fondazione G. Whitaker, Palermo
In collaborazione con Sapienza Università di Roma – Missione archeologica a Mozia, Soprintendenza Regionale BBCCAA di Trapani

Con il patrocinio del Comune di Marsala, dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Trapani e della Fondazione OrestiadiIsola di Mozia (ora Isola di San Pantaleo) – Marsala (TP)

 

Il giorno 24 agosto 2019 è stata inaugurata, presso il Kothon dell’Isola di Mozia, l’installazione Segnacoli di Alberto Timossi, a cura di Lorenzo Nigro e Giuseppe Capparelli.

L’evento è realizzato in collaborazione con la Fondazione Whitaker (Palermo), con Sapienza Università di Roma – Missione archeologica a Mozia, Soprintendenza Regionale BBCCAA di Trapani, e si avvale del patrocinio del Comune di Marsala, dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Trapani e della Fondazione Orestiadi. 

Alberto Timossi, artista storicamente impegnato nella realizzazione di interventi di arte ambientale, soprattutto in luoghi caratterizzati dal forte impatto visivo e oggetto di singolari mutamenti climatici, ha installato nel Kothon un’opera temporanea site specific con l’obiettivo di instaurare un dialogo con questo luogo dall’inequivocabile valenza storica e religiosa e di evidenziarne le singolarità legate a riti e costumi dell’antichità di civiltà ormai scomparse.

Infatti, Mozia, piccola isola del Mediterraneo poco distante dalla costa occidentale siciliana, nota fin da tempi remoti per la posizione centrale nelle rotte commerciali, vede la presenza nella parte sud dell’isola di uno stagno d’acqua dolce: contenuto all’interno di un semicerchio, alimentato da tre distinte sorgenti di acqua, ha catalizzato su di sé l’interesse di Fenici, Greci e Romani che si sono susseguiti nel tempo. Erroneamente considerato un porto, è stato nei secoli luogo con molte funzioni: il centro di un’area sacra, uno specchio per osservare la volta celeste, un bacino lustrale con al centro una grande statua in pietra e una salina nei tempi più recenti.

Questa spettacolare vasca è stata esplorata completamente dalla missione archeologica della Sapienza che ne ha anche indagato le connessioni spaziali, strutturali ed idrauliche con i vicini templi del dio Baal, della dea Astarte e delle Acque sacre, portati alla luce negli ultimi 15 anni, tutti racchiusi all’interno di un grande recinto sacro, detto Tèmenos. Lungo il muro di pietra del Recinto Sacro, gli archeologi hanno anche scoperto numerosi “segnacoli”, costituiti prevalentemente da pietre di fiume condotte sull’isola dalla terraferma, disposti sul terreno a segnalare luoghi di interesse: costellazioni che sorgono nella volta celeste, segni ancora non perfettamente comprensibili, carichi di mistero, simboli di cesura fra culture.

L’intervento artistico Segnacoli è, dunque, intriso di tutte le suggestioni, presenze e memorie del luogo: dal caratteristico ed unico paesaggio isolano meta del peregrinare dei popoli; dalla presenza in situ degli antichi segnacoli simbolo del desiderio di ricerca e conoscenza; dalle proiezioni della volta celeste sullo specchio d’acqua quali elementi di contatto tra il piccolo e l’incredibilmente vasto, fra l’immanente e il trascendente; dall’incontro tra acqua dolce e salata, metafora della contaminazione nei secoli di genti e culture diverse; dai versamenti delle acque sorgive come voce continua capace di trasportare i segreti irrisolti delle vicende umane. 

L’opera è costituita da ventisei elementi verticali rossi in PVC – questo quantitativo rappresenta metaforicamente la distanza temporale in secoli dalla fondazione del Kothon ad oggi – ed essa emerge dalla superficie dell’acqua, in balia dei venti, quasi a simulare un canneto. 

Segnacoli è collocata sul percorso stabilito dall’acqua, dalle sue fonti alla vasca, per sottolinearne la fusione con l’acqua salata proveniente dal mare, e inoltre, nella fase installativa, i singoli elementi saranno posizionati seguendo la configurazione delle attuali costellazioni che nella vasca si riflettono.

Alberto Timossi (Napoli 1965, diplomato in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 1989, vive e lavora a Roma), intende la scultura come intervento nello spazio urbano e installazione ambientale, proponendo spesso interventi su specchi d’acqua naturali e artificiali. Negli ultimi anni dedica grande attenzione ai temi dell’ambiente che muta (“Illusione”, Cave Michelangelo, Carrara, 2015, a cura di Takeawaygallery; “Spilli”, Lago ex Snia, Roma, 2018) e al cambiamento climatico (“Fata Morgana/dentro l’antropocene”, Lago del Rock Glacier del Col d’Olen, Gressoney La Trinité, 2017; “Fata Morgana/la fonte sospesa”, Fontana della Minerva, Sapienza Università di Roma, 2018; “In memoria, Pietre nere per il Lago Sofia”, Ghiacciaio del Calderone, Gran Sasso d’Italia, 2018).

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Il Kothon di Mozia, un santuario tra acqua e cielo
di Lorenzo Nigro

“Kothon” è il nome greco attribuito a una piscina sacra che raccoglieva le acque di tre sorgenti che sono alle origini di Mozia fenicia. Qui si stanziarono i naviganti provenienti dalla costa del Levante che diedero vita ad una delle prime colonie fenicie in Occidente. La chiamarono Motya, dalla radice semitica attorcigliare, che è quel gesto che si fa con la corda per legare una barca ad un palo, indicando l’approdo sicuro che avevano individuato nello Stagnone di Marsala, un tratto di mare chiuso e protetto, sulla cuspide occidentale della Fenicia.

Qui eressero un tempio al dio Baal ed uno alla dea Astarte per proteggere le sorgenti dell’acqua dolce, tanto preziose per i naviganti, e, accanto, costruirono un fondaco, per gestire i commerci che fecero di questo porto franco una città fiorente nel volgere di un secolo tra 800 e 675 a.C. Da quel momento in avanti, Mozia crebbe sempre più fino ad attrarre l’invidia di Cartagine e delle città greche della Sicilia. 

Alla metà del VI secolo a.C. fu dotata di mura e l’area sacra del Kothon fu trasformata in un grande santuario attraverso la costruzione di un recinto circolare lungo più di 360 m e con un diametro di 118 m. Al centro del Tèmenos fu costruita un grande piscina sacra di 52 x 37 m per raccogliere le acque delle sorgenti e consentire a fedeli di effettuare riti di purificazione e di rigenerazione, oltreché per osservare le stelle, riflesse in uno dei primi e più grandi osservatori celesti che conosciamo. Lo spazio creato, con monumenti e allineamenti legati al sole, alla luna e alle stelle, è ancora oggi uno dei più grandi e meglio studiati luoghi di culto fenici nel Mediterraneo.

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Segnacoli
di Giuseppe Capparelli

L’installazione di arte ambientale che Alberto Timossi ha pensato per il Kothon dell’Isola di Mozia si posiziona come ulteriore elemento di ricerca della sua vicenda artistica.

L’artista nelle opere degli ultimi anni ha focalizzato il tema dei mutamenti climatici e quanto essi incidano sul paesaggio e quindi realizza i suoi interventi site specific come risultato di una interpretazione del contesto in cui interviene e, utilizzando le conoscenze tecnico-scientifiche acquisite, crea delle installazioni che interagiscono con l’ambiente che le accoglie.

Segnacoli rappresenta la sintesi dell’interazione che Timossi ha instaurato con l’Isola di Mozia  e con il sito archeologico: la suggestione dell’acqua e la pregnanza culturale del luogo acquistano una valenza ambientale nell’opera, costituita da una serie di tubi rossi – ormai una vera e propria cifra stilistica  – che sembrano come sospesi, a evocare poeticamente la presenza simbolica dell’uomo e della sua storia, in una soluzione estetica di grande intensità emotiva e concettuale al tempo stesso. 

L’intervento artistico diviene dunque un segno, un “accento” posto su un substrato magico e spirituale, come elemento di continuità tra il passato e il presente. La componente trascendente, che ab ovo era necessaria per spiegare i fenomeni atmosferici e i fatti astronomici, qui si palesa in una visione d’insieme dove l’osservatore è spinto a mettere da parte la sua razionalità per contemplare un luogo senza tempo, nel quale poter immergere la propria individualità, affinché riemerga purificato alla fine di un percorso catartico.

 

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